Sì, la pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare. La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà. La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia.

A tal fine, vi invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (cfr Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.  (DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV – AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO “ONE HUMANITY, ONE PLANET” – 31.1.2026)

Papa Leone, rivolgendosi con queste parole ai giovani partecipanti alla “Scuola di politica globale”, indica nella pace l’obiettivo di una giustizia universale da perseguire. Trattandosi di giovani provenienti da diverse parti del mondo, il papa conferisce al suo discorso un respiro esplicitamente universale: le sue parole vanno dunque collocate in un orizzonte che travalica confini culturali e istituzionali per riferirsi alla dimensione umana fondamentale.

Di fronte a uno scenario di compromissione estesa del dono della pace come bene primario per i popoli, papa Leone individua i passi cruciali che uomini e donne sono chiamati a compiere per contrastare quella «guerra che l’umanità fa a sé stessa» quando trascura categorie di esseri umani fragili e indigenti, che pure ne sono parte viva. In questo contesto va collocato il richiamo alle parole di Madre Teresa di Calcutta sul nesso tra guerra e aborto.

Per un verso, tale nesso si coglie intuitivamente: se la guerra consiste essenzialmente nella distruzione della vita, personale e collettiva, allora tutto ciò che la salvaguarda concorre alla pace. In questo senso, l’aborto, in quanto atto di soppressione deliberata della vita nascente, può essere assimilato alla logica bellica. Tuttavia, questo nesso manifesta tutta la sua problematicità quando si considerano da vicino i termini che esso implica.

La soppressione della vita del nascituro riguarda infatti primariamente la donna in gestazione, il suo corpo. Qui emerge il primo nodo critico: il rischio di sovrapporre una categoria macrosociale e istituzionale, come quella della guerra, a un’esperienza radicalmente personale e incarnata, quale è la relazione gestante-nascituro. Si apre così uno iato tra il vissuto soggettivo che accompagna la decisione abortiva e la dimensione oggettiva e collettiva della guerra, che coinvolge apparati di potere, istituzioni e decisioni eteronome, rispetto alle quali i singoli individui risultano spesso impotenti.

Affrontare la questione dell’aborto implica dunque la necessità di distinguere piani e livelli, evitando ogni confusione concettuale. Non vi è dubbio che la gestazione riguarda esclusivamente il corpo della donna; non si può dire lo stesso della generazione di un figlio. Occorre allora ammettere questa duplice datità: ciò che accade nel corpo della donna — lo sviluppo dell’embrione umano, che non può subire interferenze senza il suo consenso — è al contempo la storia di un evento che riguarda la vita di un essere altro da lei.

La donna incinta accoglie nel proprio corpo un individuo destinato a divenire soggetto indipendente. Questa esperienza personalissima reca in sé, fin dall’inizio, un destino di condivisione universale, poiché l’embrione è esito di un atto relazionale che possiede una dimensione di valore sociale: promette una nuova vita alla comunità umana. Ciò che cresce nella donna, a lei intimamente proprio, è al contempo altro da lei. In questa relazione sui generis si manifesta una modalità di appartenenza originaria che nulla ha a che vedere con il diritto proprietario: il nascituro le appartiene, ma non è sua proprietà.

In ogni fase del suo sviluppo, il nascituro vive una condizione di dipendenza assoluta dal corpo materno e tuttavia possiede un’individualità autonoma. Analogamente accade in altre fasi o condizioni dell’esistenza — infanzia, vecchiaia, malattia, disabilità — nelle quali la sopravvivenza dipende da altri senza che venga meno l’irriducibilità del soggetto. La relazione gestante-nascituro, tuttavia, gode di un’ulteriore esclusività: essa sussiste in una correlazione immediata e ineludibile con il corpo della donna nel quale l’embrione è stato concepito.

È precisamente in questa relazione che si manifesta l’irriducibilità soggettiva originaria dell’essere umano non ancora nato. L’appartenenza alla madre consiste in un legame unico e in una dipendenza assoluta, che nulla ha a che vedere con la proprietà. Quest’ultima attiene a entità oggettive sulle quali si stabiliscono regole di possesso e di scambio; sull’individuo non nato nessuno può legittimamente rivendicare un diritto proprietario, neppure la stessa gestante. Ogni riduzione dell’essere umano a oggetto di possesso ricade in una logica di oggettivazione che la storia ha già conosciuto nelle forme della schiavitù, della subordinazione patriarcale della donna, della riduzione dei figli a beni del padre.

Il paradigma patriarcale, fondato sul primato della forza e sull’arbitrio del possesso, ha informato per secoli l’assetto giuridico, economico e culturale delle società umane, rendendo plausibile la cosificazione dei corpi. La guerra ne rappresenta l’espressione estrema e perversa: la brama di possesso delle “cose” — terra, ricchezze, potere — ha reso accettabile finalizzare il valore dei corpi al dominio.

Il legame relazionale sul quale si fonda la coesistenza pacifica rigetta questa logica e si fonda sul riconoscimento, che precede ogni elaborazione giuridica o morale e appartiene all’esperienza della reciprocità esistenziale. La guerra scardina radicalmente questo riconoscimento, riducendo il soggetto libero a corpo reclutato, macchina da combattimento, privato di autodeterminazione per decreto della forza dello Stato.

Nessuna guerra si conclude con il raggiungimento dello scopo dichiarato; termina piuttosto quando si esauriscono le riserve di beni materiali e di corpi da sacrificare. Allora non resta che contare i morti e constatare il baratro in cui è precipitata la vita umana.

A questo orrore può opporsi solo una forza di segno opposto: la celebrazione della vita come bene supremo, attraverso atti concreti di promozione e di cura. È in questo orizzonte di senso che si comprende l’invito di papa Leone a prendersi cura del debole, del povero, del profugo, del bambino non ancora nato. Da ciascuno di questi soggetti fragili proviene un appello al riconoscimento della vita; rispondervi concorre al bene universale.

Nel corpo della donna che accoglie la vita si realizza una modalità relazionale radicalmente estranea al paradigma proprietario patriarcale. Essa non risponde a una regolamentazione giuridica né a un imperativo morale eteronomo, ma alla dinamica dell’affettività e della responsabilità esistenziale. La scelta di condurre o meno una gravidanza non può essere ridotta a una questione di diritto o di arbitrio, ma interpella la donna in un orizzonte ontologico-relazionale.

Questa responsabilità non può e non deve diventare un destino caricato sulla donna sola: essa costituisce un modello relazionale che interpella l’intera comunità. Oltre i piani giuridico, medico e morale, resta alla donna l’onere della scelta riguardo a ciò che accade nel suo corpo, ma tale scelta esige un contesto favorevole che la sostenga. L’autodeterminazione non è sovranità su un corpo-oggetto, ma responsabilità incarnata dentro una relazione originaria.

In questo senso la donna è estranea alla guerra: non per vocazione obbligante, né per semplice pacifismo, ma per la possibilità simbolica e ontologica di custodire la vita secondo gratuità. È così che le parole di papa Leone rivelano il loro significato più profondo: il nesso tra rifiuto dell’aborto e pace non è giuridico né moralistico, ma ontologico. La vita è dono, non possesso; relazione senza dominio; promessa di speranza. Ogni scelta per la vita è, in questo senso, un contributo reale alla costruzione della pace. Alla società spetta il compito di predisporre le condizioni perché ogni donna possa, nel suo intimo, dire liberamente sì alla vita che nasce in lei.

                                                                                                         Stefania Macaluso